Consulta: reati ostativi, no al divieto automatico dei benefici per i minorenni

I minorenni detenuti negli istituti penali minorili potranno accedere a benefici come misure penali di comunità, permessi premio e lavoro esterno anche se condannati per “reati ostativi”, vale a dire gravi crimini tra i quali, ad esempio, associazione mafiosa o terrorismo. D’ora in poi potranno esservi ammessi, previa valutazione caso per caso da parte dei magistrati di sorveglianza, anche se dopo la condanna non hanno collaborato con la giustizia. A stabilirlo è stata la Corte costituzionale con una sentenza sul nuovo ordinamento penitenziario minorile depositata il 6 dicembre scorso.

Quella della Consulta è una pronuncia che, nella sostanza, coincide con la posizione espressa dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza il 27 luglio 2018 durante l’iter della riforma dell’ordinamento penitenziario. Infatti con una nota indirizzata ai presidenti delle commissioni Giustizia e Bilancio di Camera e Senato, l’Autorità aveva rilevato che la previsione di un automatico divieto per i minorenni condannati per reati ostativi di accedere ai benefici era contraria alla legge delega e alla costante giurisprudenza costituzionale. “Il processo di maturazione per ogni ragazzo è differente” aveva osservato l’Autorità garante. “E non bisogna in alcun modo scoraggiarlo con automatismi”.

La Corte costituzionale, con la sentenza dello scorso 6 dicembre, ha ritenuto che qualunque automatismo nella concessione dei benefici penitenziari ai minorenni fosse, oltre che in contrasto con i principi della legge delega, in violazione anche degli articoli 27, terzo comma, e 31, secondo comma, della Costituzione. L’automatismo del divieto si basa su una presunzione assoluta di pericolosità ma, secondo i giudici costituzionali, impedirebbe così alla magistratura di sorveglianza una valutazione caso per caso utile a perseguire le finalità di risocializzazione. “Il processo minorile italiano infatti – commenta la Garante Filomena Albano – è improntato non già alla punizione, ma al recupero e al reinserimento del ragazzo attraverso la sua responsabilizzazione”.