Terza raccolta dati sperimentale sui minorenni in comunità

Sono 32.185, al 31 dicembre 2017 (al 31 dicembre 2016 erano 29.692), i minori ospiti delle 4.027 comunità presenti sul territorio italiano (erano 3.686 nel 2016). Si tratta prevalentemente di maschi, di età compresa tra i 14 e i 17 anni. È quanto emerge in sintesi dalla pubblicazione “La tutela dei minorenni in comunità. Terza raccolta dati sperimentale elaborata con le procure della Repubblica presso i tribunali per i minorenni”, disponibile sul sito dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza nella sezione pubblicazioni.

Una rilevazione sui minorenni nelle strutture degli enti locali

Il volume contiene l’elaborazione dei dati sui minorenni accolti nelle strutture residenziali che fanno capo agli enti locali, vale a dire comunità familiari, comunità terapeutiche e strutture di accoglienza genitore/bambino. Si tratta di strutture tenute, per legge, a trasmettere ogni sei mesi alle procure minorili una relazione sul numero e sulle caratteristiche dei loro ospiti. Sono escluse dalla rilevazione le comunità destinate alla prima accoglienza dei minori stranieri non accompagnati e quelle, di pertinenza del Ministero della Giustizia, per minorenni sottoposti a procedimento penale.

Le caratteristiche dell’accoglienza in comunità

I dati relativi agli anni 2016 e 2017 restituiscono, oltre alla dimensione quantitativa, anche le principali caratteristiche dell’accoglienza in comunità. In particolare:

  • il numero delle strutture attive nel territorio di competenza della procura;
  • il numero di ispezioni e sopralluoghi disposti dalle procure e numero delle strutture ispezionate;
  • il numero complessivo di ospiti presenti al 31 dicembre di ciascun anno di riferimento;
  • le caratteristiche degli ospiti con riferimento a genere, cittadinanza, età ed eventuale condizione di minore straniero non accompagnato;
  • la tipologia di inserimento (consensuale o disposto dall’autorità giudiziaria);
  • il numero di ospiti presenti nella struttura da più di 24 mesi e la provenienza del bambino o ragazzo al momento dell’inserimento.

Le ragioni del monitoraggio

“Come già le precedenti anche questa terza edizione della pubblicazione nasce dall’esigenza di monitorare una realtà che è da sempre di particolare importanza per l’Autorità. La legge istitutiva, infatti, attribuisce all’Autorità il compito di promuovere e tutelare il diritto delle persone di minore età di essere accolte ed educate prioritariamente nell’ambito della propria famiglia e, se necessario, in un altro nucleo familiare di appoggio o sostitutivo” spiega la Garante Filomena Albano. “Allo stesso tempo – prosegue – la Convenzione di New York del 1989 impone agli Stati di monitorare le condizioni dei minorenni che vivono fuori della famiglia di origine e di valutare qualità e adeguatezza degli interventi a loro sostengo. In assenza di una banca dati nazionale che possa restituire una fotografia completa e aggiornata, quindi, questa rilevazione, svolta in via suppletiva per colmare una lacuna, può rappresentare un valido strumento per avere contezza della situazione dei minorenni ospiti delle strutture e comprendere quale sia il modo migliore per garantire loro diritti e tutele.”

L’esigenza di una banca dati

I dati, aggiornati al 31 dicembre 2016 e al 31 dicembre 2017, sono stati forniti dalle 29 procure della Repubblica presso i tribunali per i minorenni attraverso la compilazione di una scheda elaborata e distribuita dall’Autorità garante. La ricerca, sia pure con limiti e disomogeneità, fornisce una fotografia quanto più aggiornata del fenomeno dei minorenni inseriti nel circuito di accoglienza, in attesa di un sistema di rilevazione permanente da parte dei soggetti competenti che secondo l’Autorità ha carattere di urgenza. “È stato il Comitato Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza lo scorso febbraio a sollecitarlo includendo nelle raccomandazioni rivolte all’Italia per l’attuazione dei diritti sanciti dalla Convenzione anche la creazione di banche dati e sistemi di monitoraggio, in particolare in tema di violenza, disabilità, minorenni fuori famiglia, salute mentale e dispersione scolastica”, commenta la Garante.

I dati

I numeri in sintesi

I numeri del sistema di accoglienza, aggiornati al 31 dicembre 2016 e al 31 dicembre 2017, mostrano un incremento delle presenze in comunità: gli ospiti delle strutture sono passati dai 29.692 del 2016 (pari allo 0,28% dell’intera popolazione infra diciottenne residente in Italia, dati Istat) ai 32.185 del 2017 (0,30% dei minorenni residenti in Italia), con un incremento dell’8,4%. In aumento anche il numero dei minori stranieri non accompagnati, pari a 11.413 nel 2016 e a 13.358 nel 2017.

Alla crescita del numero degli ospiti corrisponde pure un aumento delle strutture attive nel Paese, che dalle 3.686 del 2016 sono passate alle 4.027 del 2017.

Rispetto alla distribuzione, dalla rilevazione condotta dall’Autorità emerge che l’accoglienza in comunità non è uniforme sul territorio nazionale: l’Italia insulare ospita più del 24% dei minori presenti in comunità – senza grosse variazioni tra il 2016 e il 2017 – e la Sicilia detiene il primato della regione con la percentuale più alta (21,4% nel 2016 e 21,8% nel 2017).

Risulta cresciuto anche il numero dei neomaggiorenni presenti nelle strutture, che dai 1.846 del 2016 sono passati ai 2.617 del 2017 (+ 41,8%).

Il genere ed età

Sono in netta prevalenza gli ospiti di sesso maschile (61% nel 2016 e 60% nel 2017). La maggior parte degli ospiti (quasi due su tre) ha un’età compresa tra i 14 e i 17 anni (61,8% nel 2016 e 62,3% nel 2017). Per quanto riguarda le altre classi d’età, più bassa è l’età e minore è il numero di ospiti presenti in comunità, fino ad arrivare ai piccolissimi (0-2 anni) che rappresentano meno del 7% (6,6% nel 2016 e 6,8% nel 2017). Va precisato che il dato relativo all’età non è stato fornito da tutte le procure.

La cittadinanza e la distribuzione dei minori stranieri non accompagnati

Il 61% degli ospiti delle comunità presenti nel territorio italiano è di origine straniera. Tra gli ospiti stranieri, la maggior parte (circa tre su quattro) è costituita dai minori stranieri non accompagnati (46% nel 2016 e 44% nel 2017), che si concentrano in particolare in: Sicilia (37,15% nel 2016 e 37,32% nel 2017), Calabria (2,87 nel 2016 e 15,24 nel 2017), Campania (12,82% nel 2016 e 8,30% nel 2017), Emilia Romagna (8,09 nel 2016 e 7,50 nel 2017) e Lazio (7,85 nel 2016 e 5,18 nel 2017).

L’origine dell’inserimento

L’origine dell’inserimento in comunità – giurisdizionale o consensuale – è un dato che in molti casi non è stato possibile acquisire, in particolare per il 2016 (non è stata comunicata la natura del 74,3% nel 2016 e del 52,5% nel 2017). Nella maggior parte dei casi rilevati l’inserimento in comunità è avvenuto a seguito di provvedimento giudiziario (20,1% nel 2016 e 39,9% nel 2017).

I tempi di permanenza in struttura

Dai dati comunicati (che riguardano poco meno del 60% dei minorenni) emerge che oltre il 10% è ospite della comunità da più di 24 mesi (12,2% nel 2016 e 11% nel 2017). Il prolungato periodo di permanenza è sintomatico dell’esistenza di un gran numero di famiglie in condizioni di gravi e persistenti difficoltà e, allo stesso tempo, dell’insuccesso degli interventi posti in essere. Va precisato che per più del 40% dei minorenni il dato non è stato comunicato.

I giovani adulti (18-21 anni)

Alla data del 31 dicembre 2017 i neomaggiorenni presenti nelle strutture residenziali risultano in aumento, sia in termini assoluti (2.617, rispetto ai 1.846 del 2016) che in termini percentuali (8,1% sul totale degli ospiti nel 2017 contro il 6,2% del 2016).

La permanenza in comunità dei ragazzi che hanno compiuto i 18 anni è conseguenza del fatto che non di rado la condizione che ha determinato il collocamento si protrae anche dopo il raggiungimento della maggiore età: in questi casi, per accompagnare i ragazzi verso l’autonomia, l’accoglienza può proseguire fino ai 21 anni attraverso l’utilizzo del ‘prosieguo amministrativo’. L’aumento del numero di ragazzi che, raggiunta la maggiore età non sono in grado di affrontare autonomamente l’ingresso nel mondo degli adulti, può essere imputabile a una carenza di risorse economiche che ostacola la possibilità di reperire un alloggio e di proseguire gli studi o i percorsi di formazione professionale.