EDITORIALE

Certo che i bambini sanno

<p>Lo sapevamo già: i bambini sanno e soprattutto capiscono. E adesso che sta per arrivare sugli schermi il film di Walter Veltroni,&nbsp;&nbsp;<em>I bambini sanno</em>&nbsp;(23 aprile),&nbsp;la fantasia mediatica si scatenerà: il titolo sarà citato chissà quante volte, parafrasato, come successe ai tempi di&nbsp;<em>I bambini ci guardano</em>&nbsp;di Vittorio De Sica.</p>

<p>Detto questo, in quel titolo c'è una verità dimenticata. E cioè che bambini e ragazzi sanno, non sono scatole vuote da riempire di nozioni, emozioni e purtroppo anche di pregiudizi, talvolta. Hanno una dimensione che li porta ad elaborare e a pensare in proprio. Perché se è vero che il terreno di coltura e di cultura in cui crescono è il principale fattore di identità, i bambini sanno molto di più di quanto pensiamo. Hanno profondità insospettabili che poco coincidono con i clichè con i quali spesso descriviamo la generazione dei nostri figli: apatica, sempre connessa, indifferente, senza valori e senza desideri.</p>

<p>Non è così.</p>

<p>E non lo dico per una difesa d’ufficio della categoria, visto che il mio ruolo è di occuparmi di chi ha fra zero e 18 anni; né lo affermo per un ottimismo infantile (mio), che mi porta a pensare in positivo; e neppure perché la convinzione che la realtà sia meno dura, aiuta ad andare avanti. Niente di tutto questo. È ciò che vedo e sento andando in giro per l’Italia e incontrando i ragazzi: sento infatti in loro una forza d’urto potente e un desiderio di vivere in una società civile. Una richiesta. Una voglia di modelli di riferimento. Se li si ascoltasse di più, si sentirebbe la domanda di nuovo e direi di "meglio". Una domanda che obbliga lo Stato ad assumersi responsabilità e ad occuparsi della cosa pubblica veramente.</p>

<p>Forse, l’apatia è più nostra che loro, l'idea che «tanto non si cambia la realtà» è di noi grandi e non degli adolescenti.&nbsp;</p>

<p>Il&nbsp;<a href="http://tour.garanteinfanzia.org/"><em>tour Diritti al futuro. Una piccola grande Italia</em></a>&nbsp;da raccontare&nbsp;ci ha messo di fronte a realtà anche dure, poco raccontate, ma in cui si è respirata una voglia di riscatto malgrado tutto, sì, malgrado il poco che molti di questi ragazzi hanno avuto nascendo in culle “sbagliate”, sfortunate.</p>

<p>Nel docufilm veltroniano passano davanti alla cinepresa 39 bambini, hanno fra i nove e i 13 anni (mi sembra di ricordare dai titoli di coda), sono figli di famiglie agiate o di migranti, di rom o di musulmani, di operai come di due madri (una famiglia arcobaleno); sono romani, colombiani, veneti, lombardi… rispondono a domande “filosofiche” che piegherebbero un adulto, tipo: «Cosa pensi di Dio?», «Quando sei stato felice?» «La cosa più bella che può succedere?».</p>

<p>Mi è difficile dire cosa mi ha colpito di più, se ho riso o mi sono commosso (in realtà, entrambe le cose), se mi aspettavo un altro film, se muoverà qualcosa o se sarà solo una delle uscite cinematografiche primaverili. Una cosa però è certa: qualcuno ha ascoltato cosa hanno da dire i giovani. E già non è poco, per noi l’ascolto è una delle priorità, perché significa che bambini e ragazzi sono considerate persone. Persone.</p>

<p>La nostra è una società che da una parte adultizza i giovani e dall’altra cerca di controllarli, considerandoli eterni “piccoli”, incapaci di responsabilità, scelte, consapevolezza.</p>

<p><em>I bambini sanno</em>&nbsp;contiene frasi che ci obbligano a riflessioni, ad ammettere che forse sarebbe ora di considerare chi ha meno di 18 anni semplicemente "persone": con sentimenti, pensieri, rabbie, desideri. Cito disordinatamente alcuni dialoghi fra intervistatore e giovani. «Quando hai un problema con chi parli?», «Con nessuno. Mi sfogo da solo», «Perché?», «Perché i miei problemi non sono importanti»; oppure, un’altra sequenza: «Cosa sanno di più i bambini?», «Quanto è difficile vivere a 10 anni. È un’età difficile da vivere». O ancora: «L’Italia come ti sembra in questo momento?», «Non troppo bella». C’è anche una bambina di dieci anni che racconta di mettere via i soldi delle paghette e dei dentini caduti così da grande «non avrò il mutuo da pagare». E da ultimo, una doccia fredda, chiedono: «Se pensi al futuro, pensi a paura o a speranza?». Risposta: «Scusa, ma cosa vuol dire speranza?».</p>

<p>Frasi che si commentano da sole, che fanno capire quanto i giovani siano consapevoli di ciò che accade loro intorno, di quanto non abbiano fiducia nel mondo adulto; di quanto il Paese che vorrebbero sia diverso da quello reale. Di quanto la politica si debba occupare di loro non aspettando che diventino cittadini con diritto di voto.</p>