Digitale e minorenni, Marina Terragni: “Proibire non basta, occorre sostenere i genitori”
Audizione in Bicamerale infanzia sull’impatto di internet e delle nuove tecnologie sulla salute psicofisica dei minorenni. I progetti dell’Agia.
L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni è stata ascoltata oggi dalla Commissione bicamerale nell’ambito dell’indagine conoscitiva sul tema dell’impatto di internet e delle nuove tecnologie sulla salute psicofisica dei minorenni. Terragni ha riconosciuto le ragioni di chi – come lo psicologo Jonathan Haidt, autore di La generazione ansiosa – chiede limiti d’età stringenti e una rigorosa verifica dell’identità da parte delle piattaforme. Una posizione condivisa da un numero crescente di Paesi: dall’Australia, che ha già fissato il limite a 16 anni, al Regno Unito che sta per recepirlo, fino alla Francia che ha detto sì al divieto sotto i 15 anni.
Terragni, nella relazione depositata, ha però messo in guardia dai limiti di un approccio esclusivamente normativo: i nativi digitali, come dimostra l’esperienza australiana dove sette ragazzi su 10 continuano ad accedere ai social aggirando i filtri, sono “hacker perfetti”. E una legge che vieti ai figli ciò che i genitori praticano senza sosta sullo smartphone – anche durante l’allattamento, con conseguenze documentate sullo sviluppo emotivo e cognitivo del neonato – rischia di essere percepita come punitiva e contraddittoria.
I nuclei familiari “isolati e infragiliti” – secondo Terragni – vanno dunque sostenuti nel loro compito educativo anche in questo campo. “La stessa fragilità digitale va almeno in parte ricondotta all’addiction da digitale. E va detto che in generale i problemi dei minori vanno spesso ricondotti a carenze genitoriali. È necessario quindi anche lavorare in direzione di una ricostituzione di quel prezioso tessuto comunitario (il ‘villaggio’ che serve a crescere ogni bambino) che è andato via via sfaldandosi”. Molto rilevante, inoltre, è intraprendere campagne di informazione e di promozione per un uso consapevole della rete destinate a chi esercita la responsabilità genitoriale.
L’Autorità sottolinea l’esistenza di una sorta di “digital divide inverso”, come ha rilevato l’Università Milano Bicocca. Se un tempo erano i ragazzi svantaggiati ad avere meno accesso al digitale, oggi accade il contrario: nelle famiglie meno scolarizzate lo smartphone arriva prima – spesso già come regalo della prima comunione – con effetti più pesanti sullo sviluppo. La norma, da sola, non colmerebbe questo divario.
L’Agia propone un approccio integrato. Sul fronte della prevenzione il progetto ‘Strade in gioco’ ha sollecitato i Comuni a creare spazi urbani liberi e non strutturati, safe space, li chiamano i ragazzi stessi, dove incontrarsi in presenza, al riparo dal giudizio permanente del web. Sul fronte dell’alfabetizzazione, il libro-gioco Geronimo Stilton alla scoperta dell’intelligenza artificiale, destinato alle classi quarte della primaria, prepara i bambini a distinguere l’IA da una relazione umana e a riconoscerne i rischi. Tra i progetti anche un libro in cui i ragazzi delle prime generazioni investite dalla rivoluzione digitale racconteranno come hanno escogitato dispositivi e soluzioni per ridurre il danno.
Terragni ha richiamato infine la recente sentenza di Los Angeles – caso pilota per migliaia di procedimenti analoghi – che ha accertato come la dipendenza dai social sia costruita deliberatamente dagli algoritmi, e la prima class action europea promossa dal Moige contro Meta e TikTok, con prima udienza il 14 maggio a Milano. La politica delle piattaforme, ha concluso la Garante, rischia di configurarsi come “un maltrattamento universale ai danni di bambini e ragazzi”.


