EDITORIALE

Challenge online, una sfida per gli adulti

 

È grande il dolore e lo sconcerto di fronte a bambini e ragazzi che perdono la vita per una sfida su internet. Non dovrebbe mai accadere e ogni volta ci si interroga su cosa fare per evitare che simili drammi si ripetano. Chiudere la rete è impossibile. Vietare ai giovani l’uso del web significherebbe invece comprimere il loro diritto di esprimersi, di informarsi, di giocare, di apprendere.

Occorre prendere atto che i minorenni di oggi sono nati in un mondo nel quale internet “c’era già”. È naturale, allora, che lo considerino un pezzo della realtà. I loro genitori, nella maggior parte dei casi, avevano i cortili, i parchi, le vie per incontrarsi, sfidarsi e divertirsi. Sono luoghi che non si fanno più frequentare perché magari ritenuti pericolosi per i piccoli, se soli. Bambini che, invece, sono lasciati frequentare il web in solitudine.

Le challenge online, le sfide, finite in tragedia delle quali ci riportano le cronache interrogano il mondo degli adulti.

Da un lato, occorre investire ulteriormente a scuola – e non solo alle Superiori – nell’educazione al digitale e alla consapevolezza che esso richiede. Una responsabilità che investe tutte le agenzie educative, incluse la famiglia, i pari e i media. A questi ultimi spetterebbe pure di attivarsi per controllare quanto di pericoloso accade in rete. Un minorenne con meno di 14 anni non dovrebbe potersi iscrivere a un servizio online senza il consenso dei genitori.

Da un altro lato, entra in gioco la responsabilità genitoriale. I ragazzi vanno sì accompagnati nell’uso del web e delle app, ma ancor prima essi non devono ricevere esempi negativi. Taluni genitori li abituano infatti alla sovraesposizione, al mostrarsi per esistere: i ragazzi sono “fotografati”, “condivisi”, “pubblicati” sin da piccoli. Allo stesso tempo capita che padri e madri tengano in rete comportamenti da loro stessi proibiti ai figli. Va inoltre evitata la spinta esasperata alla competitività: i ragazzi finiscono per non accettarsi e non accettare le sconfitte.

Neppure gli adulti, in conclusione, vanno lasciati soli dalle istituzioni: i docenti, gli educatori e i genitori vanno aiutati e formati affinché per loro sia possibile aiutare i più piccoli ad accettarsi e a fronteggiare la cultura della sovraesposizione. E ciò è tanto più urgente se si riflette sull’aumento del valore a cui è assurto l’esistere e l’apparire online in una stagione di relazioni sociali impoverite da lockdown, lezioni a distanza, locali, cinema, teatri e impianti sportivi chiusi.

Carla Garlatti